
"......La valigia dell'emigrante contiene le cose più elementari: indumenti di prima necessità, alcuni documenti necessari, foto di famiglia, a volte un oggetto più personale, legato a un ricordo particolare. Sono rari quelli che fanno scivolare da qualche parte un libro, a meno che si tratti di un breviario per le preghiere o di un manuale per apprendere la lingua del paese di destinazione.
Molte migrazioni, non solo dai paesi poveri, sono partiti con bagagli privi di libri scritti nella lingua d'origine tanto possiamo distinguere l'emigrazione con libro dall'emigrazione senza libro. Possiamo dire, ad esempio, che l'emigrazione italiana è partita con una piccola fotografia e con un breviario. E quando si viaggia attraverso gli Stati Uniti, ci si accorge che alcuni emigranti italiani sono diventati grandi scienziati, ingenieri o altro, ma tra loro, in relazione alla letteratura italiana, non si trovano nomi di grandi scrittori. Gli italiani sono partiti senza libro.
L'emigrazione russa ha avuto tre premi Nobel per la letteratura e almeno un grandissimo scrittore: Bunin, Solgenitsin, Brodskij (che è sepolto a Venezia, città a cui ha dedicato pagine bellissime) e Nabukov, forse il più dotato fra tutti. L'emigrazione polacca, da parte sua, ha avuto un Mickiewicz nel secolo scorso e un Gombrowich nel nostro.
......Pochi emigranti imparano bene nella prima generazione la lingua del paese ospite e non comunicano che con un gruppo più o meno ristretto. Cessano di far parte della cultura anche più elementare da cui traggono origine e non riescono, se non eccezionalmente, a integrarsi in quella del nuovo contesto. Così molti si chiudono in una sorta di subcultura, della quale risentono i loro giudizi e i loro modi di vita, e anche noi, quando li osserviamo, ci chiediamo: "Ma cosa fanno insieme questo gruppo di curdi? Parlano solo tra di loro". Ho osservato questo fenomeno a Torino, tra i marocchini e gli algerini. Rimangono tra di loro e si condannano così a una subcultura. I nostri operatori culturali dovrebbero tenerne conto, dovrebbero fare in modo che questo circolo chiuso si aprisse, permettendo a queste persone a far parte della nostra cultura.
Tavolta scrivono e il loro immaginario è molto interessante. Una volta ho scritto la prefazione di un libro di stranieri che cominciavano a scrivere in italiano: la loro straordinaria irruzione, le loro metafore diverse, diversi i loro modo di esprimersi e mi sembra che questo immaginario arrichisca quello della letteratura italiana".
Predrag Matvejevic "Asilio, Esilio, Migrazioni" ("...desiderei che fosse letto innanzitutto come una testimonianza su un periodo della mia vita. Potrebbe anche testimoniare del come uno scrittore straniero usa e assorbisce (non senza difficoltà) un'altra lingua, quella del paese che l'ha accolto")
Predrag Matvejevic è autore di vari libri, tra i quali "Breviario Mediterraneo" è tradotto in una ventina di lingue. Ha insegnato all'Università di Zagabria e alla "Sorbonne nouvelle". Dal 1996 è professore ordinario alla slavistica dell'Università di Roma "La Sapienza"
